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POR FESR 2014-2020- Bando “Export Business Manager – IMPRESE”

POR FESR 2014-2020- Bando “Export Business Manager – IMPRESE”

Posted on 26 Dicembre 2016 by in Marketing with Commenti disabilitati su POR FESR 2014-2020- Bando “Export Business Manager – IMPRESE”

E’ stato pubblicato dalla Regione Lombardia il bando “Export Business Manager – IMPRESE”  (denominato per brevità “Bando EBM Imprese”) che intende sostenere l’adozione di nuovi modelli di business per la promozione dell’export da parte delle MPMI e reti d’imprese promuovendo la realizzazione di progetti articolati per sviluppare e consolidare il business nei mercati target.

Il Bando ha una dotazione finanziaria pari a Euro 4.000.000,00, come previsto dalla DGR n. X/5244 del 31 maggio 2016 e possono partecipare  Micro Piccole e Medie Imprese Lombarde – Reti di impresa a soggetto o a contratto

Gli interventi finanziabili riguardano la realizzazione di progetti di promozione dell’export delle MPMI e delle reti d’impresa per svilupparsi e consolidarsi nei mercati target attraverso l’adozione di modelli di business, tra i quali l’acquisizione di servizi per la promozione dell’export erogati da “Export Business Manager” selezionati dal soggetto beneficiario tra quelli inseriti nell’elenco predisposto da Regione Lombardia.

L’agevolazione prevista dal Bando è concessa alle MPMI e alle reti nella forma di contributo a fondo perduto di importo fisso pari a € 8.000,00 a fronte di una spesa ammissibile di almeno € 13.000,00 per l’acquisizione di servizi per la promozione dell’export erogati da Export Business Manager.

Smartman srl è accreditata presso la Regione per poter erogare i servizi di EBM.

Contattataci per ogni richiesta … le domande potranno essere presentate dal 10 Gennaio 2017 ore 15.00.

10 Maggio 2016 – modulo di formazione: Il Risk Management e la Norma ISO 31000

10 Maggio 2016 – modulo di formazione: Il Risk Management e la Norma ISO 31000

Posted on 4 Maggio 2016 by in Marketing with Commenti disabilitati su 10 Maggio 2016 – modulo di formazione: Il Risk Management e la Norma ISO 31000

Organizzato da Smartman s.r.l. in collaborazione con Certiquality , Il corso ha una durata di 8 ore  e si terrà il giorno 10 Maggio 2016, presso il CONSORZIO FERRARA INNOVAZIONE a Ferrara Via Mons. Maverna 4.

PRESENTAZIONE DEL CORSO:

La norma ISO 31000 fornisce un approccio per la gestione dei rischi, aspetto sempre più importante per le aziende, soprattutto in un momento in cui la concorrenza è resa più forte dalla globalizzazione. Infatti le nuove edizioni delle norme ISO sono orientate all’applicazione della gestione del rischio come base dei sistemi. La partecipazione a questo corso permette quindi di comprendere al meglio i contenuti delle nuove edizioni sopracitate. Il corso si propone di fornire gli indirizzi per identificare i punti critici, le aree di applicazione e le risorse coinvolte per effettuare un’Analisi dei Rischi, conformemente a quanto riportato nella norma ISO 31000; verranno poi illustrati i requisiti della norma stessa.

A CHI E’ INDIRIZZATO:

Il corso è rivolto a titolari di PMI, managers, responsabili dei sistemi di gestione, consulenti e, più in generale, a tutti coloro che si occupano della gestione dei rischi di impresa

CONTENUTI DEL CORSO:

Il corso tratterà in maniera dettagliata i seguenti punti:

– Risk Management:
principi ed evoluzione
identificazione dei rischi
analisi dei rischi

– Esempio di applicazione di Risk Management

– Esercitazione pratica: identificazione dei rischi

– Requisiti della norma ISO 31000
struttura di riferimento
processo di gestione del rischio

– La norma ISO 31000
monitoraggio delle prestazioni
norme specifiche

– Esercitazione pratica: analisi e gestione dei rischi

ISCRIVITI AL CORSO:

La quota di partecipazione al corso è di 380 euro + IVA
Sconto del 15% riservato ai clienti Smartman

Si prega di scaricare il modulo di iscrizione dal seguente link:

https://www.smart-man.it/wp-content/uploads/2016/04/RM09-Risk-Management-10magg16.pdf


SMARTMAN S.R.L.

Smartman, società di consulenza e formazione manageriale di Ferrara, organizza corsi su temi specifici riguardanti la nuova ISO 9001:2015 “Quality Management Systems”, lo standard per la gestione della qualità e l’edizione 2015 della norma ISO 14001, lo standard internazionale per la gestione delle prestazioni ambientali.

I moduli formativi vengono erogati in collaborazione con Certiquality, ente certificatore italiano.

Il made in Italy e i 60 miliardi persi in prodotti contraffatti

Il made in Italy e i 60 miliardi persi in prodotti contraffatti

Posted on 3 Maggio 2016 by in Marketing with Commenti disabilitati su Il made in Italy e i 60 miliardi persi in prodotti contraffatti

“Il marchio contro le false imitazioni del Made in Italy”, recita un baldanzoso titolo di RaiNews. “Contro le false imitazioni” è un magnifico lapsus: dice una cosa priva di senso, e che tuttavia risulta stranamente pertinente al fatto a cui si riferisce.

Ecco di che si tratta: negli ultimi mesi, il frenetico attivismo di svariate pubbliche istituzioni ha già prodotto un paio di notevoli stravaganze turistico-promozionali. Sto parlando del discusso sito Verybello e del dissennato logo turistico Rome&you. Ma prima di entrare nel merito della nuova, recentissima stravaganza promozionale a cui si riferisce RaiNews devo segnalarvi alcuni elementi di contesto importanti, e tali da rendere questa e le precedenti stravaganze meritevoli di essere commentate.

Il turismo è strategico per la nostra economia: secondo il rapporto del World travel and tourism council 2014 produce, direttamente, indirettamente o in termini di indotto, oltre il 10 per cento del pil nazionale e riguarda più di due milioni e mezzo di posti di lavoro.

In Francia e Gran Bretagna, però, il contributo del turismo in termini di pil e occupazione risulta già oggi maggiore. E le previsioni non fanno ben sperare: abbiamo una misera previsione di crescita del contributo del 2 per cento contro un 4,2 per cento mondiale. Ecco perché bisogna darsi da fare, e in fretta.

Un altro pezzo di economia nazionale che merita un occhio di riguardo, e non solo per via di Expo, è l’industria agroalimentare, le cui esportazioni crescono a velocità doppia rispetto al totale delle esportazioni italiane: siamo a 34,3 miliardi di euro nel 2014. Esportiamo vino e dolci, e poi formaggi, pasta, passata di pomodoro, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti. Ma anche l’estremo oriente e il Brasile sono in crescita e oggi oltre 1,2 miliardi di persone comprano almeno un prodotto agroalimentare italiano all’anno. Oltre la metà (750 milioni) compra spesso prodotti italiani.

La filiera agroalimentare vale l’8,7 per cento del nostro pil e riguarda 3,3 milioni di posti di lavoro: il 13,2 per cento degli occupati (fonte: Nomisma per Adm). Oggi le esportazioni valgono un po’ più di un quinto (20,5 per cento) della nostra intera produzione. Ma Germania (33 per cento), Francia (26 per cento) e Spagna (22 per cento) fanno meglio, anche se noi già guadagniamo di più perché i prodotti che esportiamo sono tipici, eccellenti e più cari. Proprio per questo sono anche più esposti alle imitazioni: da una parte c’è l’italian sounding (prodotti fatti altrove che si fingono italiani), dall’altra le contraffazioni vere e proprie. Uno speciale di MarkUp riporta questi, insieme a molti altri dati:

Quanto vale la “contraffazione” delle indicazioni geografiche italiane(stime in miliardi di euro):

Tipo di merce Unione europea Asia e Oceania Nord e Centro America Sudamerica Totale
Contraffatta 1 1 3 1 6
Italian sounding 21 4 24 5 54
Totale 22 5 27 6 60

Notate bene: i prodotti italian sounding valgono 60 miliardi di euro. È il doppio del valore dei prodotti italiani “veri” che esportiamo. Il fenomeno si è triplicato negli ultimi dieci anni. Negli Stati Uniti solo un prodotto su otto, tra quelli venduti come italiani, è italiano davvero.

Lo racconta Legambiente: ci sono il Parma salami del Messico, il Parmesao del Brasile, il Parmesan venduto in tutto il mondo, il Regianito argentino, il Parmesano diffuso ovunque in Sudamerica, il Parmeson cinese. Un “parmesan perfect italiano” è fatto in Australia. Ci sono anche un gorgonzola argentino, un barbera romeno e un pandoro tedesco. Questa roba, lo scrive il Sole 24Ore, costa all’Italia 300mila posti di lavoro. Dunque, anche in questo campo bisogna darsi da fare, in fretta e bene: ci vuole un piano.

Il piano, in realtà, ci sarebbe. È l’ampio, ambizioso Piano per la promozione straordinaria del made in Italy varato lo scorso febbraio: sono previsti 260 milioni di euro d’investimento che, considerando la posta in gioco e la dimensione mondiale, restano comunque pochi, ma con i tempi che corrono sono assai meglio di niente. Il piano riguarda moda, cibo e bevande, meccanica.

E vabbè, in realtà sarebbe tutto collegato: l’immagine dell’Italia all’estero, il turismo estero in Italia, l’esportazione agroalimentare, la promozione di moda, design e imprese culturali e creative, l’attrazione degli investimenti. E tutto andrebbe messo a sistema, realizzando sinergie ed economie di scala, perché tutto, in fin dei conti, rimanda al prestigio, al valore percepito e alla desiderabilità internazionale dell’Italia e di ciò che è italiano, alla nostra identità. Ma già un intervento parziale ci riempie di aspettative, no? E poi, dai, il bel video presentato a Davos farebbe sperare in interventi efficaci e di qualità.

Ed eccoci, finalmente, al punto. Secondo il documento di presentazione del Piano per la promozione straordinaria (pagina 18) una campagna contro l’italian soundingavrebbe già dovuto essere lanciata ad aprile in Canada, dove si vendono 3,6 miliardi di dollari di parmigiano, provolone e prosciutto contraffatti.

Ma oggi in rete trovo solo questa notizia. In compenso, a fine maggio 2015 viene presentato il marchio (anzi, come dicono i documenti ufficiali, il “segno distintivo unico dell’agroalimentare italiano”) che potrebbe identificare nel mondo i nostri prodotti originali. Dovrebbe essere, se adeguatamente applicato e pubblicizzato, l’arma potente, efficace e definitiva contro le vere (e non le false!) imitazioni. Eccolo qui.

Ma… ma perché c’è un blabla generico come “the extraordinary italian taste”, che ricorda altri generici blabla come Magic Italy ed è talmente generico da sembrare a sua volta italian sounding? E perché mancano tutte, ma proprio tutte le parole-chiave: originale, vero, autentico, inimitabile, garantito, fatto in Italia? Ce ne fosse almeno una, accidenti.

E poi “gusto”, parlando di cibo e vino, è una parola ambigua perché fa riferimento alla percezione soggettiva e non a qualità oggettive: “gusto italiano” è proprio quello che hanno i prodotti italian sounding.

E perché rinunciare non solo a scrivere parole qualificanti, che dicono quel che devono dire, ma anche a scriverle in italiano (lo ripeto ancora una volta: è la quarta lingua più studiata al mondo)? Tra l’altro i termini “originale, autentico, garantito italiano” risultano facilmente comprensibili (per controllare bastano due clic con Google translator) non solo a tutte le persone che parlano inglese e che dunque capiscono la scritta attuale, ma anche a quelle che parlano francese, spagnolo, tedesco, romeno, lettone e lituano, portoghese…

E ancora: i prodotti italian sounding usano, storpiandole, una quantità di parole italiane (su una confezione romena di Prima Pasta le penne diventano “pene”). Perché mai i prodotti italiani “veri” dovrebbero risultare più credibili vantando la loro italianità in inglese?

E poi come la mettiamo con i siti italiantaste.it e italiantaste.net, che già esistono e si troveranno con un bel po’ di pubblicità ministeriale gratuita? Per inciso: mentre scrivo, italiantaste.com è in vendita per “soli” 20mila euro.

Infine: che cosa mai sta distinguendo questo marchio distintivo, se si limita ad affermare che il gusto italiano è straordinario (e su questo sono d’accordo anche gli imitatori che, infatti, imitano e replicano), ma non prova neanche a discriminare tra prodotto falso e prodotto autentico e originale, e, facendolo, a trasmettere certezza e garanzia ai consumatori?

Infatti, la precedente versione (2014) del Piano per la promozione straordinaria recitava (pag 12): “Con il Ministero dell’Agricoltura, si introdurrà un marchio internazionale ‘Italian original’ (nome provvisorio) che corrisponde alle nostre DOC/DOP e IGP/IGT”. Insomma, il nome provvisorio era meglio. Più preciso. Più semplice. Più chiaro e inequivocabile. Unito a una soluzione grafica davvero distintiva e ben strutturata avrebbe potuto fare un ottimo lavoro: le parole “originale italiano” per descrivere. L’immagine per identificare.

Invece anche quella bandierina lì, che sembra appesa con quattro mollette a un filo per i panni teso storto, fatica a trovare un suo perché. Da una parte, di solito le bandiere sventolano e garriscono orgogliosamente, e non pendono. Dall’altra, di bandierine italiane variamente disegnate sono pieni proprio i prodotti italian sounding.

Eppure, a dar retta al video di presentazione (tra qualche riga trovate il link) la floscia bandierina appesa (o, chissà?, morsicata) dovrebbe evocare mille cose: territorio, paesaggio rurale, pesca, biodiversità, vino, tradizione, gusto, materie prime e altro ancora. Quelle tre ondine in alto, nel caso non l’aveste capito, sono “il segno del cambiamento, dell’espansione e della crescita”. E pazienza se non si è mai visto nulla che cambi, cresca o si espanda in quella forma o con quell’andamento. E neanche nulla di territoriale, agricolo, originale o appetitoso.

Oggi, tra video e foto, vino e cibo vengono presentati in modo magnifico, tanto che si arriva a parlare di “foodporn”. Guardatevi, per esempio, questo portfolio (bastacliccare sulle immagini). O guardatevi l’epica campagna Lurpack. Avete visto? Bene, adesso guardate il video che presenta l’extraordinary italian taste e ditemi se quella lì è la maniera di mostrare un raviolo, una pizza o un pasticcino, e di parlare di promozione dell’eccellenza e della sapienza alimentare italiane.

È anche difficile lavorare con le istituzioni: troppi referenti, tempi stretti. Le molte criticità del risultato possono derivare dalla complessità del processo o da cento altri motivi che non necessariamente riguardano le competenze dei professionisti coinvolti (non so di chi si tratta: in rete non ce n’è traccia). Magari, tra diverse soluzioni presentate, non è stata scelta la più efficace. Magari questa soluzione è differente dall’idea originale ed è frutto di qualche compromesso.

So bene che è difficile mettere tutto a sistema, ed è difficilissimo mettere tutti d’accordo. So perfettamente che non si può chiedere a chi fa un altro mestiere e si occupa di affari esteri e politiche agricole, o di economia, o di piccole e medie imprese di stare a lambiccarsi sulla qualità grafica, o sulle parole.

Ma, accidenti, un marchio non è una sovrastruttura accessoria e intercambiabile, e in comunicazione la forma (cioè il modo in cui viene espresso un contenuto) determina la percezione, la comprensione, la credibilità del contenuto medesimo. E, con questo, il suo successo presso il pubblico. Le imprese private lo sanno perfettamente e sullo studio dei marchi investono tempo, energie, attenzione, pensiero strategico.

Qui sono in ballo un investimento – finalmente! – importante, e una sfida durissima da vincere: quella contro le “vere” (e non le false) imitazioni. Cominciare con un “vero” marchio, che dica chiaramente e coraggiosamente garanzia e originalità, che non sembri a sua volta italian sounding e che abbia altissima riconoscibilità rispetto ai 60 miliardi di roba contraffatta e imbandierata che viaggia nel mercato, non sarebbe male.

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La bocciatura di Moody’s: Pmi italiane troppo deboli

La bocciatura di Moody’s: Pmi italiane troppo deboli

Posted on 27 Aprile 2016 by in Marketing with Commenti disabilitati su La bocciatura di Moody’s: Pmi italiane troppo deboli

Erano il punto di forza del tessuto imprenditoriale italiano, il motore di un’economia che dà lavoro a 5,2 milioni di persone e genera oltre il 40% del Pil del settore privato. Ma a smontare il mito delle piccole medie imprese ci ha provato Moody’s, una delle tre maggiori agenzie di rating a livello mondiale. In un report di 17 pagine sulle differenze tra Pmi in Europa, sottolinea la pessima performance di quelle italiane, con il più alto tasso di fallimento dei Paesi presi in considerazione. Ossia Belgio, Francia, Portogallo, Spagna e Gran Bretagna. «Seppure le Pmi italiane forniscano il più alto valore aggiunto all’economia del Paese, la loro performance resta relativamente debole — scrive Moody’s — con un saldo aziende fermo ai tempi della crisi del 2008 e un tasso di mortalità delle imprese che supera di oltre l’1% quello di natalità».

La Gran Bretagna

Non che Moody’s abbia svelato chissà quale arcano rebus, i dati diffusi dall’agenzia di rating sono presi infatti da Istat, Cerved e Banca d’Italia. Ma i numeri, messi alla prova del confronto con alcuni Paesi europei, fanno un certo effetto. Prendiamo ad esempio la Gran Bretagna, il più dinamico nella crescita di Pmi negli ultimi dieci anni. Il loro valore aggiunto fornito all’economia nazionale è aumentato dell’11,6% nel 2014 contro una media europea del 3,3%. Merito di fondi privati, competizione e misure politiche che secondo Moody’s hanno portato non solo a far crescere le piccole imprese ma anche a diminuire il tasso di disoccupazione passato dal picco dell’8,1% del 2011 al 5,1% del 2015. Dati che confermano quanto, negli Anni 80, andava dicendo persino l’Ocse secondo cui «il settore delle piccole imprese stava svolgendo un ruolo insostituibile per combattere la disoccupazione mondiale».
E in Italia? Per Moody’s, ci si è dovuti accontentare del primo calo delle sofferenze delle Pmi, passate dal 3,9% del 2014 al 3,6% del 2015. Un ritmo di decrescita considerato «troppo lento». E altrettanto lenti e graduali sono valutati gli effetti delle decisioni prese dal governo in tema di riduzione delle sofferenze bancarie e dei crediti deteriorati in circolazione. Misure che, secondo l’agenzia di rating, avranno bisogno di tempo per ottenere risultati concreti.

L’esposizione alle banche

«Le Pmi italiane hanno scontato negli anni la completa esposizione al sistema bancario e la totale chiusura a qualsiasi altro tipo di finanziamento — spiega Alessandro Minichilli, professore di Strategia e imprenditorialità alla Bocconi ed esperto di Pmi e imprese familiari — al contrario degli altri Paesi in cui si è diffuso più velocemente il private equity e il venture capital. Ma non solo. Per tanti anni — aggiunge il professore — ci siamo vantati del “piccolo è bello” senza pensare all’internazionalizzazione e alla diversificazione del rischio. E così le nostre imprese, tutte concentrate a investire sull’Europa, una volta che la crisi ha colpito proprio il Vecchio Continente ne sono rimaste praticamente travolte».

La protesta della Cna

Le imprese italiane però non sono proprio dello stesso parere: «Quella di Moody’s è un’analisi ingenerosa e non analizza il problema nella sua completezza — spiega Sergio Silvestrini, segretario generale della Cna, la Confederazione dell’artigianato e della piccola media impresa —. Per performare meglio è necessario anche un contesto in grado di supportare le aziende: meno burocrazia, più credito, pagamenti puntuali e un mercato con regole più amiche dell’impresa. È innegabile poi che l’Italia sia uno tra i Paesi più massacrati dalla crisi del 2008 e le conseguenze hanno pesato anche sulle Pmi».

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Imprese: fallimenti in diminuzione nel primo trimestre del 2016

Imprese: fallimenti in diminuzione nel primo trimestre del 2016

Posted on 26 Aprile 2016 by in Marketing with Commenti disabilitati su Imprese: fallimenti in diminuzione nel primo trimestre del 2016

Seppure ancora negativo – nel primo trimestre 2016, il tessuto imprenditoriale italiano si è ridotto di 12.681 unità –, il saldo tra iscrizioni e cessazioni di imprese non è mai stato così basso negli ultimi cinque anni.

Nel sottolineare che il primo trimestre è un periodo tradizionalmente caratterizzato da un bilancio negativo a causa del concentrarsi delle cancellazioni sul finire dell’anno precedente, l’ultima analisi di Unioncamere-InfoCamere osserva che la flessione registrata tra gennaio e marzo 2016 (-12.681 imprese) è meno consistente rispetto a quelle rilevate nei primi trimestri degli ultimi anni.

Nei primi tre mesi del 2016, le iscrizioni (114.660) sono rimaste pressoché stabili rispetto all’anno precedente (+158 su base annua) mentre le chiusure sono diminuite sensibilmente, scendendo a 127.341. Ovvero il valore più contenuto degli ultimi undici anni, secondo Unioncamere. Questi non sono gli unici dati (parzialmente) positivi, però.

Durante il primo trimestre del 2016, sono diminuite anche le nuove aperture di procedure fallimentari – che hanno coinvolto principalmente le imprese attive nel commercio (794 fallimenti), nell’industria manifatturiera (656) e nelle costruzioni (644) –, passando dalle 3.588 dell’anno precedente alle attuali 3.396 (-5,4%).

Il calo dei fallimenti registrato nei primi tre mesi del 2016 da Unioncamere fa il paio con quello rilevato nel corso dell’intero 2015 da altre analisi. Secondo il CERVED, pur restando su livelli “eccezionalmente alti” rispetto al periodo precedente la crisi economica, lo scorso anno i fallimenti sono “finalmente” tornati a diminuire per la prima volta da otto anni: nel 2015 i fallimenti sono stati 14,7 mila – il 6,3% in meno rispetto all’anno precedente, osserva il CERVED – contro i 7,5 mila rilevati nel 2008.

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Brain in Italy: il valore economico della creatività e dell`identità italiana

Brain in Italy: il valore economico della creatività e dell`identità italiana

Posted on 21 Aprile 2016 by in Marketing with Commenti disabilitati su Brain in Italy: il valore economico della creatività e dell`identità italiana

L’Italia può contare su una risorsa unica: l’immateria prima, fatta dall’identità italiana attraverso cui esprime la propria creatività, che investe l’intero processo industriale. Tali caratteristiche sono tangibili, e pertanto possono essere considerati, a tutti gli effetti, un fattore produttivo. La cornice a tale immaterialità è un tessuto imprenditoriale, come quello italiano, costituito prevalentemente da piccole e medie imprese, la cui presenza si esprime attraverso i distretti industriali: il loro vantaggio competitivo è dato dalla capacità di saldare il progetto con il prodotto, contribuendo in misura notevole alla crescita economica.
Il punto è che, ora più che mai, occorre fare uno sforzo per attivare quegli strumenti volti a tutelare il made in Italy nei confronti dei mercati globali. L’Italia sa produrre cose uniche e questo è un dato di fatto, come anche quello che forse tale creatività venga maggiormente apprezzata all’estero che in casa.
Il successo delle eccellenze made in Italy sul mercato internazionale è rappresentato dai settori manifatturieri delle 4A: Automazione, Abbigliamento, Arredocasa, Alimentare. Questo a dimostrazione che l’export in Italia vince, ma ogni giorno si trova a dover fare i conti con una concorrenza sempre più agguerrita: la battaglia potrà essere vinta sui mercati globali, solo attraverso una maggiore implementazione della capacità di comunicare l’eccellenza italiana nel mondo.

Il Censis, in uno studio del 2012, intitolato “La ricchezza della bellezza”, ha stimato che la bellezza pesa sulla produzione di ricchezza in Italia per circa il 5,4 %, avendo un valore aggiunto pari a 74,2 miliardi di euro. Tale valore, dal 2000 al 2010, è diminuito, a dimostrazione che l’Italia non ha considerato strategico investire nella capacità di creare ricchezza. Per questo la creatività italiana deve essere promossa e tutelata come elemento distintivo del Bel Paese ed “ è importante individuare l’identità italiana nelle prassi aziendali, cercando di rendere tangibile quello che non lo è.

In tale contesto si inserisce il progetto di brain IN Italy, ad opera di Franco Barin,ed è “un nuovo modo di considerare gli aspetti che vanno oltre la tangibilità del prodotto, inserendoli allo stesso tempo in un contesto di visibilità che gioca a tutto favore del sistema economico italiano nel suo complesso”. Tale progetto ha preso copro anche in un libro “Brain In Italy”, edito da GueriniNext. 

“Con brain IN italy-, sottolinea il suo fondatore- ho voluto creare una metodologia di identificazione per dare consistenza alla creatività e valorizzare l’italianità, tramite un’attenta ed accurata analisi del sistema azienda ovvero il modo in cui opera e produce, le scelte strategiche, le risorse umane che generano sapere, l’innovazione, l’etica e l’ambiente.Per rendere consapevoli le aziende di essere “contenitori di saperi” in cui si fondono gli aspetti creativi e quelli produttivi che il mondo riconosce nei nomi italiani. Per fornire al sistema economico uno strumento che, affiancandosi a forme più fisiche di controllo del prodotto, vada a tutelare quella parte del sistema che non ha tutela: la creatività, la capacità dell’azienda di riprodurla stabilmente, la sua immaterialità, il legame che esiste con il nome dell’azienda. brain IN italy nasce per dare valore concreto alla tracciabilità delle idee, delle tecnologie, dei saperi italiani.

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Le imprese “eccellenti”: innovazione, investimenti ed internazionalizzazione

Le imprese “eccellenti”: innovazione, investimenti ed internazionalizzazione

Posted on 20 Aprile 2016 by in Marketing with Commenti disabilitati su Le imprese “eccellenti”: innovazione, investimenti ed internazionalizzazione

Il 26,1% delle pmi “eccellenti” dichiara di non essere mai stato in crisi, il 13,8% sostiene di esserne già uscito e il 22,3% prevede di farlo nel 2016.

Le difficoltà della crisi economica e le sue conseguenze – dal 2008 ad oggi sono fallite 82 mila aziende, secondo il Cerved – non sembrano aver riguardato alcune piccole e medie imprese italiane. Un quarto delle cosiddette imprese “eccellenti” ha dichiarato di non essere mai stato in crisi, nel corso di un’indagine del ministero dello Sviluppo economico (Mise).

Non esistendo una definizione univoca, secondo il Mise, per essere considerata “eccellente”, un’impresa – selezionata da un universo di circa 61 mila aziende che impiegano tra i 10 e i 250 addetti, con un fatturato tra 2,5 e 50 milioni di euro – deve possedere almeno due tra i seguenti tre requisiti: avere realizzato tra il 2012 e il 2014 spese in Ricerca&Sviluppo, avere un discreto livello di managerialità (presenza di almeno tre manager/quadri) e avere realizzato nel 2014 o programmato per il 2015 investimenti innovativi.

Tra le mille imprese selezionate, perché “eccellenti”, poco più dell’80% ha realizzato investimenti nel 2014 ed ha annunciato l’intenzione di realizzarne entro la fine del 2015. Il 96,7% ha ammesso di aver sostenuto investimenti innovativi (di prodotto, di processo e di carattere organizzativo) nel 2015, mentre il 95,4% ha dichiarato il proposito di farlo l’anno prossimo.

Inoltre il 56,3% delle pmi eccellenti ha comunicato di avere svolto attività all’estero tra il 2012 e il 2014 e per di più con ottimi risultati: la quota di fatturato esportato è pari al 34,8%, con una punta del 43,5% nella manifattura. Infine, il 38,3% delle imprese ha dichiarato di avere indirizzato le esportazioni verso nuovi mercati, dei quali l’82% verso i Paesi appartenenti all’area extra Unione europea. D’altronde l’apertura verso i mercati esteri è una tendenza diffusa tra le cosiddette imprese “eccellenti”.

Stando al rapporto dell’Osservatorio Pmi di Global Strategy, che ha passato in rassegna oltre 40 mila aziende italiane manifatturiere e di servizi, le imprese “eccellenti” – ovvero aziende con performance di crescita, di redditività e di solidità patrimoniale da 2 a 10 volte superiori rispetto alla media – hanno dimostrato una propensione all’internazionalizzazione notevole: per le imprese con un fatturato superiore ai 50 milioni di euro, infatti, la quota di export è stata pari al 44,8%; per quelle più piccole (20-50 milioni) la quota ha toccato il 40,8% (+10%) e dovrebbe, secondo le aspettative dei diretti interessati, superare il 50% nel prossimo triennio.

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Produttività, struttura e performance delle imprese esportatrici, mercato del lavoro e contrattazione integrativa

Produttività, struttura e performance delle imprese esportatrici, mercato del lavoro e contrattazione integrativa

Posted on 19 Aprile 2016 by in Marketing with Commenti disabilitati su Produttività, struttura e performance delle imprese esportatrici, mercato del lavoro e contrattazione integrativa

Questo report nasce da un accordo di collaborazione avviato nel 2012 tra il Cnel e l’Istat per lo sviluppo congiunto, nel quadro delle rispettive attività, di linee di ricerca di interesse comune, ottimizzando le risorse disponibili e valorizzando i risultati ottenuti.

Vi si approfondisce un tema complesso come il divario di crescita economica tra l’Italia e i principali paesi dell’Ue, considerando sia le sottostanti determinanti strutturali, sia le crescenti esigenze conoscitive, al fine di fornire un supporto informativo utile alla formulazione di efficaci rimedi in termini di policy.

Il lavoro affronta questo tema seguendo quattro grandi direttrici, incentrate su altrettanti aspetti che la letteratura economica ha da tempo individuato come fondamentali per la competitività di un sistema economico: la produttività, la struttura e la performance delle imprese esportatrici, il mercato del lavoro e i contenuti e i livelli di diffusione della contrattazione nazionale e decentrata.

Per scaricare il report vai al Link

La nuova edizione ISO 9001:2015 e aggiornamento per Auditor

La nuova edizione ISO 9001:2015 e aggiornamento per Auditor

Posted on 15 Aprile 2016 by in Marketing with Commenti disabilitati su La nuova edizione ISO 9001:2015 e aggiornamento per Auditor
Smartman srl in collaborazione con Certiquality organizza questo modulo formativo che presenta le novità introdotte dall’edizione 2015 alla norma ISO 9001.
Il corso è organizzato per il giorno 29 Aprile 2016 e si terrà presso il CONSORZIO FERRARA INNOVAZIONE a Ferrara Via Mons. Maverna 4
 A CHI E’ INDIRIZZATO:
E’ ideato per chi già conosce l’edizione precedente della norma. Buona parte della giornata sarà dedicata  all’ approfondimento dei nuovi requisiti e alle modifiche su quelli esistenti. Verrà poi presentato un caso di studio che permetterà un approfondimento ulteriore. Per coloro che vogliono aggiornare la propria qualifica di auditor è previsto un esame finale al superamento del  quale verrà emesso un attestato di riqualifica.
Il Corso si rivolge a chi intende conoscere i nuovi requisiti della norma e le differenze con la passata edizione.  E’ rivolto inoltre a chi è già in possesso di un attestato da Auditor  e desidera riqualificarsi per l’edizione 2015.
CONTENUTI DEL CORSO:
Il corso presenta le novità introdotte dall’edizione 2015 alla norma ISO 9001, i principali contenuti sono i seguenti:

– cosa è cambiato rispetto alla prima edizione

– gli obiettivi per le aziende con l’utilizzo della nuova norma

– la gestione di rischi e opportunità

– l’impostazione del sistema documentale

– i requisiti della norma ISO 9001: 2015

REQUISITI DI ACCESSO:

E’ necessaria la conoscenza dell’edizione precedente della Norma ISO 9001.  Per coloro che sono già Auditor e  desiderano riqualificarsi, è richiesto l’invio di una  copia dell’Attestato di Qualifica come Auditor.  Ad ogni partecipante verrà rilasciato un attestato di  frequenza al corso. Ai partecipanti già Auditor e che supereranno l’esame, verrà rilasciato l’Attestato di  Riqualifica come Auditor secondo la  norma ISO 9001:2015.

ISCRIVITI AL CORSO:

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La mappa degli incentivi regionali per le imprese: in palio oltre 2,2 miliardi di fondi per il 2016

La mappa degli incentivi regionali per le imprese: in palio oltre 2,2 miliardi di fondi per il 2016

Posted on 13 Aprile 2016 by in Marketing with Commenti disabilitati su La mappa degli incentivi regionali per le imprese: in palio oltre 2,2 miliardi di fondi per il 2016

Un assegno superiore ai 2,2 miliardi di euro, messo sul piatto dalle Regioni per le imprese attraverso bonus e incentivi che per tutto il 2016 viaggeranno verso cinque destinazioni principali: start up, innovazione, ambiente, accesso al credito e internazionalizzazione per contribuire al rilancio del territorio. Con cinque regioni – Lombardia, Puglia, Lazio, Emilia-Romagna e Piemonte – che tirano la volata e contribuiscono a circa il 70% della dotazione complessiva.

Con questo ricco forziere si apre una stagione di nuovi bandi a sostegno delle imprese che può contare sui fondi europei della programmazione 2014-2020, partita in ritardo. Qui metà della dotazione proviene da Bruxelles, mentre la restante parte viene suddivisa tra lo Stato e le regioni in misura diversa da caso a caso. Senza contare che in alcuni casi si sommano le risorse della precedente programmazione 2007-2013 che non sono state spese e devono essere certificate entro il 31 marzo 2017 per scongiurare il disimpegno automatico.

 Nel Lazio, per esempio, ci sono 45 milioni di residui che si aggiungono agli oltre 150 previsti da quella nuova per il 2015/16. Al momento i bandi aperti hanno un budget di 42 milioni, a cui si aggiungeranno a partire da giugno altri avvisi per 150 milioni, una volta chiuse le procedure di valutazione dei progetti pervenuti a seguito della Call for Proposal. La Call è stata lanciata la scorsa estate e rivolta a Pmi, grandi imprese, organismi di ricerca, enti locali, associazioni e rappresentanze sindacali perché presentassero progetti di riposizionamento competitivo territoriale e settoriale. In Basilicata sono sul piatto 55,7 milioni della precedente programmazione, con un focus soprattutto sui fondi di garanzia e sul microcredito, mentre a giugno partiranno i primi bandi sotto l’ombrello dei nuovi fondi Ue 2014-2020. Per questi ultimi la dotazione per il 2016 non è ancora stata definita.

Sostegno alle nuove imprese
Il Veneto, che ha un tesoretto di 600 milioni in sette anni (+33% sul 2007-2014), ha in rampa di lancio, una volta ultimata la suddivisione fra tutti i programmi operativi (Fesr, Feasr e Fse) dei 50 milioni di euro di quota regionale stanziati nel bilancio 2016, i bandi che riguarderanno le start up e le nuove imprenditorialità nei diversi settori con una dote di 16 milioni. Anche la Lombardia sta per pubblicare il primo bando da 30 milioni rivolto alle start up, con particolare attenzione ai giovani e agli over 50. La Puglia scommette sui «Nidi», le nuove iniziative di impresa con una dote di 54 milioni.

Innovazione
In prima linea per la ricerca c’è il Friuli-Venezia Giulia, che entro giugno aprirà diversi bandi: per assegnare i voucher per l’innovazione diretti all’acquisto di servizi per innovazione tecnologica, strategica, organizzativa e commerciale (2,8 milioni); per l’attività di R&S realizzata tramite la cooperazione di più imprese e istituti scientifici (25 milioni); per l’innovazione e industrializzazione dei risultati della ricerca (17,2 milioni). Anche l’Abruzzo scalda i motori e nel secondo semestre pubblicherà un bando da 20-25 milioni per incentivare l’assunzione di ricercatori. Dalla Toscana arriva il sostegno alle start up innovative, con finanziamenti agevolati e voucher (oltre 4 milioni di fondi). In Valle d’Aosta è invece aperto il bando «Fabbrica intelligente» rivolto al finanziamento di progetti di ricerca industriale o sviluppo sperimentale, con una dotazione di un milione di euro.

Accesso al credito
Tra i 16 avvisi in Piemonte spiccano le misure per favorire l’accesso al credito delle Pmi. Il ventaglio è ampio: si va dai fondi di garanzia ai finanziamenti agevolati, passando per contributi a fondo perduto e smobilizzo di crediti commerciali. In Calabria la maggior parte delle risorse viene oggi riservata al Fondo unico di ingegneria finanziaria, che utilizza fondi Fesr 2007-2013 con una dotazione residua di 30 milioni e suddiviso in quattro sezioni: prestiti agevolati, fondi di garanzia, prestiti agevolati per l’acquisto di macchinari e un ultimo fondo che premia gli investimenti.

Internazionalizzazione
Tra i bandi aperti in Emilia-Romagna si mette in luce quello da 10,3 milioni che finanzia progetti di promozione dell’export. Fino al 30 settembre le imprese con progetti del valore minimo di 50mila euro possono concorrere per ottenere un contributo pari alla metà del costo entro alcuni limiti. Scommette sull’internazionalizzazione anche la Sardegna, dove il bando Export per le Pmi del manifatturiero, aperto il 23 marzo, chiuderà i battenti il prossimo 30 aprile (un milione di euro i fondi a disposizione). Nelle Marche sono in arrivo due bandi per sostenere le imprese che si proiettano sui mercati esteri.

Ambiente
Puntano, infine, sulla tutela dell’ambiente la Provincia di Trento, che destina 10 milioni per incentivi nel settore energia, e la Puglia, con una dotazione di ben 92 milioni.Tra i potenziali beneficiari delle misure finora descritte non ci sono solo le aziende singole. Alcune regioni hanno infatti messo in campo anche azioni per sostenere le reti d’impresa. È il caso dell’Umbria, che a breve darà il via a due strumenti riservati proprio alle aggregazioni leggere tra le aziende. Il Piemonte finanzia progetti di investimento delle reti di impresa. In Emilia-Romagna il bando per l’internazionalizzazione è aperto anche a chi fa gioco di squadra e in Basilicata tra i provvedimenti in arrivo figurano anche quelli per realizzare azioni di sistema.

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